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L’INCONTRO MAMMA-BAMBINO: LA NASCITA DEL LEGAME DI ATTACCAMENTO

Lo studioso Bowlby definì l’attaccamento come una “connessione psicologica duratura tra gli esseri umani”. La sua teoria etologica suggerisce che i neonati hanno un innato bisogno di formare un legame di attaccamento con un caregiver, definendolo una risposta evoluta che aumenta le possibilità di sopravvivenza del bambino.



Tutti noi siamo nati biologicamente programmati per stabilire un legame di attaccamento con una figura primaria, definita caregiver, che solitamente è la madre. Questo legame è funzionale e necessario alla sopravvivenza del neonato, avendo l’essere umano, a differenza delle specie animali, una struttura neurobiologica così complessa a svilupparsi e non nascendo autonomo in tutte le sue funzioni. La fondamentale dipendenza che perdura per anni costituisce un elemento imprescindibile al corretto completamento della crescita dell’individuo. Il legame di attaccamento modella il cervello del neonato, le sue connessioni neuronali, influenza la sua autostima, le sue aspettative circa il comportamento altrui, la capacità di creare e mantenere relazioni soddisfacenti una volta diventato adulto.


Dall’interazione con la figura di attaccamento si creano i cosiddetti Modelli Operativi Interni (MOI) che sarebbero l’insieme di schemi di rappresentazione interna costituiti da immagini, emozioni, comportamenti connessi all’interazione tra il bambino e gli adulti significativi, che diventano ben presto inconsapevoli e tendenzialmente stabili nel tempo. Una sorta di mappa formata da una rappresentazione mentale che il soggetto ha della realtà esterna, l’immagine di sé e gli assunti su come funzionano le relazioni interpersonali. La loro capacità anticipatoria degli eventi li porta ad influenzare le future relazioni affettive che tenderanno a ripetere la relazione precoce tra l’infante e il caregiver.

Per Bowlby, colui che ha creato la Teoria dell’Attaccamento, gli uomini hanno due modelli: uno ambientale che ci informa sulle cose del mondo e uno orgasmico che ci informa su noi stessi in relazione al mondo. Portiamo in noi una mappa di noi stessi, degli altri, e della relazione io-altro, costruita a partire dalle esperienze e che viene influenzata dal bisogno di difendersi da sentimenti dolorosi.


Un bambino vissuto in una famiglia con figure genitoriali disponibili e affettuose interiorizzerà un Modello Operativo Interno sicuro. Questo gli dà la sicurezza, perlopiù inconscia, che tutte le volte in cui potrà trovarsi in difficoltà, e in qualsiasi luogo, vi saranno sempre a disposizione persone fidate che gli verranno in aiuto.

Un legame di attaccamento sano e positivo predispone quel piccolo ad essere in futuro un adulto capace di relazioni sane, di entrare in sintonia con le altre persone e comunicare in modo più efficace. Ogni bambino sperimenta emozioni intense come rabbia, paura, tristezza, angoscia e gioia; il modo in cui la figura di attaccamento reagisce a livello verbale e non verbale alla sua emotività determina il successivo modo in cui si relazionerà con le persone che faranno parte della sua vita: il primo legame di attaccamento getta le basi per tutti i rapporti futuri. Quando il caregiver è in grado di gestire il proprio stress, calmare il bambino, sostenerlo e comunicare attraverso le emozioni facendosi interprete degli stati emotivi del piccolo, il sistema nervoso del bambino si struttura in modo saldo. Un comportamento normale di attaccamento caratterizzerebbe la persona che sa aiutarsi, ma che sa anche chiedere e offrire aiuto quando è opportuno. Questa persona ha un’immagine di sé positiva che consente un rapporto sicuro e fiducioso con se stesso e con gli altri. Lo sviluppo di tale immagine di sé e di una buona relazione affettiva con le figure parentali risulta ostacolato se nell’infanzia il bambino ha subito abbandoni lunghi o troppo frequenti o se è rimasto privo di uno o di entrambi i genitori.


I bambini che, al contrario, hanno un attaccamento insicuro hanno sperimentato relazioni connotate da indisponibilità, discontinuità o che hanno avuto figure incapaci di fornire cura e protezione si sentiranno soli e rifiutati; pertanto, reagiranno evitando il mondo o opponendosi. Infatti coloro che durante l’infanzia hanno vissuto situazioni di forte angoscia, di separazione, di abbandono (reale o immaginario) o un lutto e non sono stati aiutati a spiegare, gestire e contenere l’emotività, spesso diventano adulti che dimostrano difficoltà a capire le proprie e altrui emozioni. Questo costituisce un impattante limite nella loro capacità di costruire relazioni sane ed efficaci.

Bowlby assegna all’attaccamento e alla separazione forzata lo statuto di assi portanti della sua visione dello sviluppo normale e patologico dell’essere umano.


Quando il bambino rimane bruscamente privo della figura verso la quale ha sviluppato il comportamento di attaccamento si produce prima collera, in un secondo momento uno stato depressivo ed infine un distacco emotivo. Mentre la collera e la depressione spesso si alternano ciclicamente, il distacco (che sopraggiunge dopo un lasso di tempo variabile a seconda dell’età del bambino, delle frustrazioni precedentemente subite, della qualità dei surrogati materni di cui può beneficiare), quando si produce non è facilmente reversibile.


Conclusioni

Benché la teoria dell’attaccamento sia nata con esplicito interesse ai primi anni di vita dell’essere umano, e più in generale dei mammiferi, Bowlby sosteneva che l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano “dalla culla alla tomba” e dunque che lo stile di attaccamento formatosi durante l’infanzia rimanga relativamente stabile durante lo sviluppo. Responsabili di questa permanenza risultano essere i MOI, modelli relazionali appresi attraverso il ripetersi delle interazioni con le prime figure significative.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare la mente umana un monolite granitico che una volta strutturatosi in una qualche forma perda ogni possibilità di essere plasmata ulteriormente. Dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza all’età adulta, alla senescenza, importanti esperienze di attaccamento possono modificare i MOI sui quali l’individuo articola le proprie relazionisociali. Un esempio classico è il caso della psicoterapia nella quale si può fare una esperienza relazionale correttiva. Il rapporto che si stabilisce tra paziente e psicoterapeuta può essere inteso come una relazione di attaccamento/accudimento. In questo scenario, il processo di cambiamento che viene promosso dalla psicoterapia può essere letto come un cambiamento dei modelli relazionali dell’individuo che conduce a modificare l’idea di sé e del mondo delle quali il paziente è portatore.


Dott.ssa Elisabetta Oltolini

Psicologa e psicoterapeuta

Terapeuta EMDR


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