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ADOZIONE: UN PERCORSO DI CRESCITA PER ADULTI E BAMBINI

Cosa vuol dire divenire genitori adottivi? Pensare alla genitorialità significa riconoscerla come un processo relazionale co-determinato dal bambino e dall’adulto, soprattutto se parliamo di un percorso adottivo. Quali aspetti della propria storia e legati alla genitorialità è importante ripercorrere per affrontare positivamente questo progetto di vita.



Pensare alla genitorialità significa riconoscerla come un processo relazionale co-determinato dal bambino e dall’adulto, identificato come figura di riferimento, in una dimensione spazio-temporale e socio-culturale che determina poi lo sviluppo fisico e psico-socio-culturale ed educativo del bambino.


Quindi se non è un semplice ruolo, ma connota un processo, allora il “diventare genitore” significa entrare in una linea evolutiva apprenditivo-trasformativa che continua per tutto il resto della vita, che varia e si rimodella nel corso del tempo.

Una forma particolarmente ricca ed intensa di emozioni è quella della genitorialità adottiva.


Ma cosa vuol dire nello specifico divenire genitori adottivi?

Quando parliamo di adozioni ci riferiamo ad un processo complesso e ad un progetto che coinvolge la coppia fin dal primo giorno della decisione di dare disponibilità ad accogliere un bimbo per proseguire poi, con il piccolo, in un “insieme” familiare che scolpisce e definisce i confini della famiglia: la famiglia adottiva.


La coppia adottiva all’inizio della sua storia è, come tutte le altre, impegnata a costruire la propria identità; il normale percorso viene, però, interrotto, quando si giunge alla consapevolezza della propria sterilità. Questo può essere considerato un evento paranormativo nel ciclo di vita familiare e chiede di essere affrontato adeguatamente. Si tratta di una circostanza che porta la coppia in una situazione di profonda crisi, visto che scardina il comune progetto dei partner; la sterilità impone la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di ciascun membro della coppia.


La coppia per evolvere si trova ad assolvere dei compiti evolutivi:

  • elaborare la sterilità;

  • separarsi dal progetto biologico e riprogettare, negoziare e condividere un altro progetto generativo di coppia

  • condividere l’evento sterilità e rendere partecipi i familiari della scelta adottiva.


Le difficoltà che la coppia si trova a dover affrontare comportano vissuti di impotenza, delusione, incapacità a trovare senso e piacere nelle cose fino a giungere alla soluzione adottiva come strumento per riparare un danno biologico della coppia vissuto, con probabilità, con colpa e vergogna nonché rabbia e delusione.


La scelta adottiva giunge così, quasi sempre, alla fine di un lungo travaglio: non deve, però, essere il prodotto della negazione della propria sofferenza e non deve, ancora meno, essere il risultato di un ripiego. Non si deve cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico, se così fosse l’adozione non avrebbe possibilità di riuscita; l’adozione può divenire un atto veramente “creativo” nel senso che genera, appunto, un nuovo legame. Se ci si apre ad una dimensione propriamente affettiva e mentale è possibile generare una relazione autentica genitori-figlio in grado di superare l’aspetto biologico. Divenire genitori adottivi significa, quindi, collocare la nascita del proprio figlio adottivo in uno spazio che si discosta da quello usualmente fisico, per porlo all’interno di una realtà psichica composta principalmente dal coinvolgimento emotivo.


La coppia che ha superato questo travaglio, giungendo all’accettazione dei propri limiti biologici, si appresta ad affrontare la fase sociale nella quale porta all’esterno (Autorità Giudiziaria e Servizi pubblici) la propria intenzione a divenire famiglia. Presso i servizi la coppia affronterà una indagine psicosociale a verifica del percorso effettuato fino a quel momento e per valutare se è nelle condizioni psicoemotive di sostenere una genitorialità adottiva.


Con l’ottenimento della idoneità adottiva, con l’arrivo in casa del bambino vi sarà il passaggio dalla diade coniugale alla triade familiare; se la coppia non ha altri figli, oppure all’inserimento di un nuovo figlio nella famiglia, se già ce ne sono altri. Quello sarà il momento della nascita adottiva che, come ogni altra nascita, avrà degli effetti sull’intero sistema familiare.


Quando questo si realizza, l’adozione viene elevata sullo stesso piano della procreazione, facendo sì che l’iter adottivo rappresenti, in senso figurato, quasi una forma di “gestazione” e l’emanazione della sentenza di adozione si raffiguri come la “nascita” del figlio tanto desiderato.

Come in tutte le famiglie, anche in quella adottiva, si parla di ciclo di vita diviso in fasi:

  • Fase generativa

  • Fase sociale

  • Formazione della famiglia adottiva: con l’entrata del bambino risulta fondamentale riconoscere la storia di ciascuno ed integrare passato e presente del bambino con quello dei nuovi genitori. L’adozione, in questo stadio deve ruotare attorno al concetto di reciprocità, il quale si manifesta nello “scambio dei doni”. I genitori offrono al bambino cura, protezione ed una famiglia, mentre egli offre ai medesimi genitorialità e continuità familiare.

Ritengo che troppe volte si parli del mondo dell’infanzia guardandola e pensandola da adulti, non chiedendosi se tale decisione o scelta sia la migliore possibile per “tale” bambino in “tale” situazione, non categorizzando e astraendo con la convinzione di sapere noi adulti cosa è meglio per lui. Se si parte dal bambino, allora tutto il percorso verso l’adozione e poi la costruzione della nuova famiglia prenderanno una via diversa più centrata sui bisogni del minore, che sulla rispondenza ai desideri degli adulti, realizzando in tal modo la vera tutela del minore.


Dott.ssa Elisabetta Oltolini, psicologa e psicoterapeuta.

Terapeuta EMDR

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