• Centro per la Persona e la Famiglia

RELAZIONE POSITIVA CON I FIGLI DALLA NASCITA

Come la dolce attesa pone le basi per una relazione positiva e un legame di attaccamento sicuro tra madre e figlio




La gravidanza è per definizione il tempo dell’attesa, cioè il tempo trascorso nell’aspettare. E’ però un’attesa differente da tutte le altre. Si aspetta il treno, si mette in attesa una telefonata, si attendono notizie. Queste attese rimandano ad un tempo sospeso. La gravidanza è invece definita la “dolce” attesa, in cui il tempo non è sospeso ma ogni giorno avvengono cambiamenti che porteranno alla nascita di una madre e di un figlio.


L’Organizzazione Mondiale della Sanità (1946) stabilisce che per promuovere la salute e il benessere in gravidanza è importante “prendersi cura della donna come persona, ossia nella complessità degli aspetti biologici, psicologici e socioaffettivi”. Questo significa che il benessere della futura mamma e del piccolo che porta in grembo, passano anche dalle dinamiche psicologiche, emotive e relazionali che avvengono durante la gravidanza.


Bambino immaginario e bambino reale

Il bambino inizia a stabilire una comunicazione già in gravidanza. La costante comunicazione intrauterina inizia a costruire il rapporto tra madre e figlio, ma anche tra bambino e padre, dato che i movimenti del feto si percepiscono anche dall’esterno. Questo è il periodo in cui le fantasie sul bambino e sull’essere genitori sono tante. Immaginare e idealizzare il proprio figlio aiuta a prepararsi nel ruolo di genitori. Una volta nato, il bambino immaginario deve fare i conti col bambino reale e molto spesso i due non coincidono. Più è grande il divario tra bambino reale e quello immaginario, più sarà lungo il tempo per elaborare la frustrazione legata alla delusione. Un modo per riuscire in questa elaborazione è accettare senza avere troppe pretese il comportamento del bambino e il proprio comportamento come genitore. Tutti vorrebbero un bambino buono, che non piange mai, che vi fa vivere solo emozioni positive. Nella realtà il neonato è una persona a tutti gli effetti, che comunica come può e ha la voglia di farlo. Attraverso le nostre risposte impara a fare richieste e a regolare il proprio stato emotivo.

Cogliere i segnali del bambino, sintonizzandosi sui suoi bisogni, è fondamentale per instaurare una relazione di attaccamento sicura.



Sarò come mia madre?

Diventare mamma porta inevitabilmente al confronto con la propria madre e il legame di attaccamento con lei, influisce sul modo di relazionarsi col proprio figlio. E’ da lei che abbiamo imparato a comportarci e a relazionarci con gli altri e anche se durante l’adolescenza (ma anche in età adulta) abbiamo pensato a non voler essere come nostra madre, spesso ci comportiamo come proprio come lei.

Chi ha un buon ricordo della relazione la prende volentieri la propria madre come riferimento ed esempio da imitare, senza rendersi conto quanto l’idealizzazione della propria madre può diventare impegnativo (le famose domande: sarò brava come lei? Capirò al volo cosa vorrà mio figlio come lei faceva con me?) e il confronto potrà farci sentire inadeguate.

Può capitare invece di non avere un buon ricordo della relazione con la propria madre oppure un ricordo ambivalente di amore e odio. Magari abbiamo avuto una mamma poco attenta ai nostri bisogni, oppure una madre opprimente che non lasciava il giusto spazio di movimento per crescere. In questo caso l’idea di poter assomigliare a lei non è proprio piacevole.

Ma è proprio lo stile di attaccamento con le nostre figure di riferimento che influirà sullo stile di attaccamento che avremo con nostro figlio, portando ad imitare o inconsapevolmente ad agire dei comportamenti. Se a questo aggiungiamo la paura di vedere i nostri timori e le nostre angosce circa la maternità, finiremo per agirle, avviando un legame di attaccamento non sicuro. Da qui emerge l’importanza della consapevolezza dei propri stati d’animo, che andranno accolti senza giudicarli e senza giudicarsi.



Madri sufficientemente buone

Ripensare al rapporto con la nostra figura di riferimento aiuta anche a ridimensionare le aspettative di noi come madre. E’ importante essere consapevoli che la perfezione non esiste, per riuscire a perdonarci degli errori che commetteremo, riuscendo così a perdonare gli errori fatti da nostra madre. Accettare i suoi limiti e i suoi difetti ci aiuterà ad accettare anche i nostri. Amare una madre imperfetta ci autorizzerà a essere altrettanto imperfette. Ci aiuterà a capire che non dobbiamo temere che qualche errore possa avere conseguenze irreparabili su nostro bambino. Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha scritto molto sull’utopia della madre perfetta e sull’importanza di essere madri “sufficientemente buone”.

Nella maggior parte dei casi le neo mamme riescono bene nel passaggio di ruolo dall’essere figlie all’essere madre. Lo stile di attaccamento sperimentato con la propria madre non ne determina necessariamente una ripetizione. Eventuali esperienze di delusione, frustrazione e conflitto possono essere elaborate, modificate e rese positive da una maggior consapevolezza. La consapevolezza permette di decidere se riproporre lo stesso stile di attaccamento e di trovare le strategie per modificarlo.

Nessuno nasce imparato, ma tutti i neo genitori hanno quell’istinto materno che li caratterizza. Questo non è solo un modo di dire, ma un dato rilevato da diversi studiosi del comportamento sia animale che umano. Grazie a loro abbiamo scoperto l’importanza dell’attaccamento tra genitore e figlio, indispensabile sia per la sua sopravvivenza fisica sia per la crescita psicologica e sociale. Gli uomini sono animali sociali e l’isolamento non fa bene, specialmente in gravidanza. Non isolarsi nel periodo della maternità permette di avere quei fattori di protezione che aiutano a non cadere in depressione.


Quando la rielaborazione non è positiva

E’ chiara allora l’importanza della rielaborazione delle esperienze passate, in quanto una cattiva o mancata rielaborazione può portare a dei vissuti emotivi e a degli agiti che, nei casi più importanti, possono virare in un disturbo emotivo. Molte ricerche hanno rilevato, infatti, che un alto grado di stress emotivo e disturbi di ansia sono fattori di rischio per l’insorgenza della depressione post-partum, in particolare se c’è una concomitanza di altri fattori come il tono dell’umore basso oppure aver avuto una figura di riferimento con sintomi depressivi.


Perchè è importante parlare di aspetti spiacevoli in gravidanza?

E’ fondamentale non vedere solo una faccia della medaglia. L’integrazione tra aspetti positivi e negativi, in ogni situazione, ci permette di vivere l’esperienza con più consapevolezza accentando meglio ciò che avviene. Ancora oggi nell’immaginario collettivo la maternità è vista come un evento solo positivo e la futura mamma non può trovarsi in difficoltà. Capita che i nove mesi di attesa non siano proprio una “dolce attesa”. E’ molto frequente che si abbiano preoccupazioni, angosce, ansie e timori si fa molta fatica ad ammetterlo e a rivelarlo, anche perché la società stessa non è pronta ad accettare questi aspetti, rimandando alla gestante una cattiva immagine di sé come donna e futura madre. Non si è una cattiva madre se abbiamo pensieri poco rosei riguardo la maternità e soprattutto non bisogna avere paura di affrontare quegli argomenti meno piacevoli della gravidanza. Non farlo porta ad agire questi stati d’animo arrivando a sviluppare disturbi dell’umore come il baby blues (sentimenti di inadeguatezza, incompetenza e disperazione, collera, ipersensibilità, ansia, vergogna, odio e trascuratezza verso se stesse e il bambino), disturbo emozionale (transitorio e di breve durata caratterizzato da senso di svuotamento, tristezza e malinconia) e la depressione post-partum (che si instaura sui sintomi del baby blues che non recedono spontaneamente ma peggiorano), disturbi di sonno e dell’appetito, calo del desiderio sessuale e pensieri suicidari. Questi sentimenti e stati d’animo nelle prime settimane di gravidanza posso apparire spesso, dettati anche dallo stravolgimento ormonale in cui si trova la donna. Vanno però tenuti sott’occhio perché provarli troppo a lungo o il peggioramento portano a conseguenze spiacevoli.


Cosa posso fare se questi stati d’animo spiacevoli prendono il sopravvento sia in gravidanza che durante la maternità?

Come non bisogna vergognarsi di parlare di sentimenti e stati d’animo meno piacevoli della gravidanza, così non bisogna avere timore di contattare uno psicoterapeuta per avere un aiuto nell’affrontare questi aspetti, avviando correttamente il processo di rielaborazione che permetterà di affrontare consapevolmente e serenamente la gravidanza e la maternità. Il sostegno psicologico, avere uno spazio accogliente in cui poter parlare dei propri vissuti senza essere giudicate, risulta fondamentale qualora l’umore della neo mamma è di ostacolo alla relazione col bambino. In questo caso intervenire tempestivamente impedisce il cronicizzarsi di stati d’animo depressivi, sempre in un’ottica di promozione del benessere del bambino e della madre, fondamentale ai fini di una relazione di attaccamento sicura.


La dott.sa Brunella Ieva, Psicologa-Psicoterapeuta del Centro per la Persona e la Famiglia, è a disposizione per qualsiasi confronto sulla tematica e per fissare dei colloqui di sostegno psicologico in gravidanza e maternità.


55 views0 comments