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RISCHIO SUICIDARIO IN ADOLESCENZA: FATTORI DI RISCHIO E PROTEZIONE

L’adolescenza è un periodo complesso e importante della vita costituto da dinamiche specifiche, cambiamenti fisici e psicologici che determinano un profondo rimaneggiamento della propria identità. Richiede una particolare attenzione poiché i mutamenti sono rapidi e spesso radicali: gli adolescenti si trovano a transitare inconsapevolmente, il più delle volte in modo non adeguato, da una fase di spensieratezza, qual è il periodo dell’infanzia, a una fase di preoccupazioni, maggiori impegni e incertezze.




Nel processo di transizione verso l’età adulta entrano in gioco e interagiscono tra loro fattori di natura biologica, psicologica e sociale che spingono l’individuo alla ricerca della propria identità ed autonomia, alla scoperta degli altri.

E’ proprio durante questo periodo della vita infatti che diventano fondamentali i giudizi e le valutazioni dei coetanei e, in generale, del mondo esterno alla famiglia per la costruzione di un’ immagine di sé come adeguato, efficace, degno di attenzione e amore.

Cosa è successo in questo tempo di post-pandemia ai nostri adolescenti?


Negli ultimi anni in particolare gestire e affrontare i cambiamenti delle abitudini di vita, delle modalità di lavoro e quindi la riorganizzazione della vita personale è stato per molti, minori ed adulti, fonte di tristezza, ansia, stress. L’emergenza sanitaria ha generato spaccature e ferite interne, relazionali, familiari, ha messo in discussione le certezze acquisite sul piano personale e identitario negli adolescenti in particolare, ha caricato gli adulti di responsabilità e doveri educativi nuovi, generato nuove povertà sul piano sociale. Ora che si è chiuso il primo anno scolastico dell’era post-COVID, non un anno “normale” ma in presenza con mascherine e distanze, è emerso ancora più forte il macigno emotivo che hanno rappresentato i due anni di isolamento dei giovani, nonostante le lezioni in video ed i tentativi di “connessione”.


Come psicologa impegnata nell’attività di consulenza in diversi Istituti, è stato possibile registrare da parte dei ragazzi che si sono rivolti al servizio un incremento sostanziale di sintomi depressivi, autolesionismo, idee suicidarie e tentativi suicidari, crisi d’ansia e di panico, ansia anticipatoria, prestazionale, disturbi del comportamento alimentare. Il prolungato isolamento ha amplificato la difficoltà degli adolescenti, di gestire la frustrazione, dell’organizzazione del lavoro a passo con le richieste scolastiche, del tempo, ma soprattutto della critica e del giudizio dei pari. Se i gesti autolesivi ed i tentativi di suicidio erano dei fenomeni già presenti nella popolazione adolescenziale, la pandemia li ha resi più evidenti e meno sommersi, e se ne sono registrati molti di più in linea con quanto emerge anche da recenti Studi.


L’IRES (Istituto Ricerche Economiche e Sociali) dell’Emilia Romagna ad esempio, ha rilevato su un campione di 30 mila studenti delle scuole superiori e universitari gli effetti dei due anni di scuole chiuse ed emerge con chiarezza una fascia di alunni più fragili che ha sofferto moltissimo e che rischia di portarne i segni anche da adulto. Molti di questi studenti sono stati così male da pensare di abbandonare gli studi, circa il 26.4% ci ha almeno pensato contro il 7.2% che lo pensava prima della pandemia. Inoltre più di uno studente su quattro ha avuto disturbi alimentari (28%) e di questi il 16% è iniziato durante il periodo di isolamento. Il 14,5% degli adolescenti è stato vittima di autolesionismo, il 10% ha fatto uso di droghe e il 12% di alcol in quantità eccessive, il 55,6% ha sentito aumentare l’ansia, il 55,9% la solitudine, il 68% la noia, il 40,5% la paura, il 45,7% la rabbia.

La serenità è stata sperimentata solo il 12%, l’allegria appena l’8%.

E se consideriamo che il suicidio è la seconda causa di morte in adolescenza e che tra i principali fattori predisponenti vi è proprio un crescente senso di solitudine e isolamento sociale, si comprende facilmente come gli adolescenti dell’era post-covid siano più a rischio, molto più degli individui che hanno superato la fase adolescenziale prima dell’avvento della pandemia.

Shneidman (2006) considera il suicidio come un movimento di allontanamento da emozioni intollerabili, dolore insopportabile o forte angoscia e non come un movimento verso la morte. Durante i due anni trascorsi bloccati dentro stanze, dietro a schermi, senza la possibilità di sperimentare sé e il proprio corpo nella realtà e nelle relazioni con gli altri, molti adolescenti si sono confrontati con la paura della morte e della malattia, in molti casi per la prima volta e quindi con un “dolore” psichico immenso. Senza dimenticare che la pandemia ha anche spesso amplificato i conflitti intrafamiliari, privando gli adolescenti di altri interlocutori, come amici, allenatori, educatori e punti di riferimento diversi ma annullando reti sociali fondamentali, aumentando il senso di inadeguatezza percepito. In questo contesto generale, i pensieri di morte, l’umore depresso e le ideazioni suicidarie sono diventati molto frequenti come mai nella storia dell’umanità.


I numeri del cambiamento


I dati dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma evidenziano come le consulenze neuropsichiatriche, che hanno riguardato fenomeni di ideazione suicidaria e tentativi di suicidio, siano passate dal 36 per cento dell’aprile 2019, al 61 per cento dell’aprile 2020 fino al 63 per cento di gennaio 2021.


Secondo uno studio pubblicato dall’ANSA, da inizio 2021 al 31 agosto di quest’anno si registrano 413 suicidi e 348 tentativi. Secondo un altro studio pubblicato sempre dall’ANSA a inizio giugno si parla di un aumento del 50 per cento di tentati suicidi soltanto in Lombardia.

I numeri sono purtroppo in crescita, così come il dato che riguarda la gravità. Molti di questi giovani arrivano a una consulenza psicologica o psichiatrica quando la situazione è davvero delicata e il bisogno di interventi multidisciplinari sempre più necessario. In questa emergenza i servizi pubblici territoriali si ritrovano sempre più in difficoltà nel rispondere a bisogni di salute mentale complessi.

Cause, fattori di rischio e fattori protettivi

È difficile individuare una singola causa per il suicidio: spesso è proprio il sovrapporsi di eventi stressanti a provocare l’annullamento di se come risposta, al fine di annullare quei pensieri negativi e intollerabili. Inoltre, sempre più ampiamente la letteratura scientifica riconosce come, in soggetti in età evolutiva, esperienze traumatiche precoci, ulteriormente appesantite da uno scarso sostegno emotivo genitoriale, possano generare, una permanente fragilità psichica che mette a rischio, nell'età adulta, un funzionamento sufficientemente adeguato dal punto di vista emozionale, cognitivo e fisico (Ciampa et al., 2020).


Sono da considerarsi segnali di un rischio elevato suicidario:

  • la presenza di umore depresso

  • la perdita di interesse e di piacere per molteplici attività

  • il sentirsi ‘intrappolato e senza via d’uscita’,

  • episodi ripetuti di autolesionismo

  • il sentirsi inadeguato alla propria vita e quotidianità,

  • il ritiro sociale

  • i disturbi del sonno

  • la presenza nella storia del paziente e della famiglia del giovane paziente di disturbi mentali, in particolare disturbi dell’umore (depressione, disturbo bipolare…) e di familiari che hanno tentato o portato a compimento un atto suicidale;


Sono invece decisivi fattori di protezione pensieri come la paura della morte o del dolore, i valori come la religione, ma soprattutto una rete sociale e una buona relazione di supporto che permetta al giovane di aprirsi, condividere pensieri negativi e rivederli.

Pertanto, essere coinvolti in una buona relazione psicoterapica può davvero fare la differenza tra un pensiero e una vera e propria ‘messa in atto’ di quel pensiero, quindi rivolgersi ad uno specialista è uno dei più importanti movimenti “barriera” contro il suicidio.



Dott.ssa Iolanda Santalucia

Psicologa-Psicoterapeuta

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